BRUNO SILVESTRINI

Una vita dedicata alla ricerca

La prima esperienza personale risale al periodo nel quale mi sono dedicato all’attività medica. Allora ero fresco di laurea e, sebbene molto giovane, avevo successo e la cerchia dei malati si allargava rapidamente.
Ma nel mio intimo non ero soddisfatto.
I casi impegnativi erano pochi. In due anni a malapena ne avevo contati tre: una meningite, una polmonite focale e una schizofrenia.
Salvo che in queste rare circostanze, nelle quali avevo avvertito l’ebbrezza d’avere in mano la vita di una persona, i malati avevano semplicemente bisogno d’essere ascoltati e confortati, perché sarebbero guariti da soli.
Capii che la prescrizione medica dava un contenuto tangibile all’assistenza psicologica, garantendone la continuità nel tempo anche in mia assenza.
Così mi arresi e cominciai a prescrivere qualche medicinale anche quando non serviva.
Diventarono il mio placebo.
Poi una notte fui chiamato al capezzale di una donna apparentemente in fin di vita.
Il cuore della malata era impazzito.
Le iniettai un blando cardiotonico, mi sedetti accanto a lei, le presi la mano e cominciai a parlarle. Lentamente emerse dal suo torpore, mi ascoltò, rispose alle mie domande, si riprese.
Fu in quella circostanza, mentre nelle prime incerte luci dell’alba ritornavo verso casa, che ebbi la percezione della futilità della mia professione.
Al malato bastava un po’ di buon senso, di comunicativa, di solidarietà che chiunque gli avrebbe potuto dare senza bisogno di una laurea in medicina.
Così feci la scelta decisiva della mia vita: abbandonai la carriera medica per dedicarmi alla ricerca scientifica.
Solo in seguito mi resi conto di quanto ero stato sciocco e presuntuoso. Il sapere che avevo accumulato negli anni dell’università mi era servito non solo per le diagnosi impegnative, ma anche per capire quando il malato aveva dentro di sé le risorse capaci di guarirlo e quando non le aveva.
In tutti i casi non gravi, inclusa la donna apparentemente in fin di vita, l’effetto placebo aveva garantito ai pazienti un’assistenza medica scientificamente corretta.
La mia terza esperienza personale con il placebo riguarda i pazienti depressi che ho seguito negli anni. L’aspetto che più mi colpiva era la profonda,lacerante sofferenza mentale che emergeva nei rari momenti in cui i malati si aprivano e si confidavano.
Durante il corso di laurea avevo letto un vecchio trattato di psichiatria (Bleuler, 1924), dal quale avevo ricavato il convincimento, suffragato da quanto mi avevano confermato alcuni tossicodipendenti, che in questa condizione la droga rappresenti un tentativo di automedicazione.
Prese così corpo l’idea della Mental pain hypothesis of depression, che riconduce alcune forme di depressione a uno stato di dolore mentale forse legato a un difetto dei fattori endogeni che regolano la percezione della sofferenza (Silvestrini, 1986).
Fui fortunato ad imbattermi nel trazodone.
Al pari di qualunque altro potente antidepressivo, anche il trazodone è attivo in non più di 60 pazienti su 100, contro una risposta al placebo che raramente scende sotto la soglia di 30 pazienti su 100.
È vero che il trazodone va oltre, funzionando anche nei 30 pazienti che non rispondono al placebo, ma è comunque un dato che fa riflettere.
L’esperienza del trazodone mi ha fatto toccare con mano la potenza non del placebo, ma delle nostre risorse interiori sopite, che la medicina ufficiale tende a sottovalutare e trascurare.
La vita del ricercatore è segnata da momenti magici, irripetibili che si stampano nella mente.
È successo nel periodo trascorso da allievo interno nell’Istituto di Fisiologia di Bologna, montando i miei primi esperimenti accanto al maestro Paolo Crepax.
Poi Paolo Crepax mi indirizzò all’Istituto Superiore di Sanità di Roma.
Nell’Istituto Superiore di Sanità io mi trovai improvvisamente immerso in un’atmosfera effervescente.
Io fui assegnato al Laboratorio di Chimica del farmaco diretto da Daniel Bovet, che avrebbe poi ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 1957. «La ricerca va pianificata», mi disse il giorno che mi restituì un lavoro dicendomi che era tutto sbagliato.
«Se imposti e conduci correttamente una ricerca», mi spiegò, «pubblicarla è facile anche se i risultati non sono quelli attesi. Fai come Cristoforo Colombo. Al ritorno dal viaggio presentò il rendiconto esatto della sua impresa alla regina che l’aveva finanziato. Non era arrivato alle Indie, ma nessuno gliene fece una colpa: aveva scoperto l’America».
Da Paolo Crepax ho appreso come cercare il significato fisiologico delle malattie, ma è stato Daniel Bovet a insegnarmi come si imposta e conduce una ricerca applicata.
Il mio momento magico successivo si è verificato nel corso del passaggio dal mondo ufficiale della scienza all’industria farmaceutica.
Vi ero arrivato pieno di progetti, impaziente di svilupparli e tradurli in pratica.
Purtroppo, la ricerca allora era condotta sulle migliaia di sostanze di sintesi che la chimica sfornava in serie sotto forma di singole molecole, ognuna con il suo certificato analitico. Assomigliava a una catena di montaggio, aveva richiesto investimenti che solo le multinazionali del farmaco potevano permettersi, ma funzionava.
A prima vista l’abbandono del farmaco naturale a favore di quello di sintesi poteva sembrare irrazionale, soprattutto per le incognite e i rischi che comportava, ma aveva una sua ragione precisa: il brevetto.
Gli obiettivi erano dettati dagli esperti del marketing, che li stabilivano tenendo conto non del bisogno implicito nelle malattie prive di cure efficaci, ma del fatturato assicurato dalla vendita dei farmaci esistenti.
La ricerca era stata così trasformata in una gigantesca catena di montaggio, che soddisfaceva una domanda sempre più lontana dai bisogni del paziente.
Fu così che accettai senza esitazione l’offerta di una piccola azienda. L’imprenditore che mi contattò si chiamava Igino Angelini.
Mi chiese: «Io ho bisogno di farmaci originali, senza i quali sono schiacciato dai concorrenti: è in grado di procurarmeli?». Quando gli chiesi quali margini di autonomia decisionale mi avrebbe lasciato, mi rispose: «Tu pensa alla scienza, che a venderla ci penso io». Anche lui mi pose la condizione del farmaco di sintesi, ma me ne spiegò pacatamente le ragioni, che compresi e accettai.
Fu per anni uno splendido, magico sodalizio, che raggiunse l’acme con la registrazione e il successo del trazodone negli Stati Uniti d’America, dove fu lanciato con due sole parole: the safe antidepressant, l’antidepressivo sicuro.
Quel magico momento fu offuscato dal sentore della crisi del farmaco di sintesi.
Nel 1983 lasciai l’industria farmaceutica. Fu una decisione sofferta e prima di abbandonarlo provai a convertire i miei collaboratori al farmaco naturale, ma senza successo.
L’unico a seguirmi nella nuova avventura è stato Michele Bonanomi: era un chimico cresciuto alla scuola del farmaco naturale.
Ritornai all’Università, dalla quale ero partito tanti anni prima, dove ebbi l’opportunità di fondare il Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia delle sostanze d’origine naturale, il primo in Italia e forse anche nel mondo. Si è riempito di giovani, i migliori dei quali completavano la loro preparazione all’estero. Li indirizzavo a New York nei laboratori di Yan Cheng, uno scienziato con il quale si era instaurata un’intensa, proficua collaborazione.
Poi, arrivato anch’io all’età del pensionamento, ho finalmente avuto l’opportunità di dedicarmi a tempo pieno non solo allo studio, ma anche agli sviluppi applicativi del farmaco naturale, attività che tutt’ora svolgo con grande passione.
Leggi il curriculum degli studi
Leggi gli speciali salute del prof. Bruno Silvestrini su
medicitalia

Books

Farmaco naturale

Il farmaco moderno: la filosofia di SBM presentata dal Prof. Bruno Silvestrini

“Subordinare la natura ai bisogni dell’uomo o sentirsene parte? Il farmaco è simbolo di questo conflitto tra le due anime del progresso scientifico e tecnologico. Il farmaco può combattere le malattie o sostituendosi all’organismo, oppure rafforzandolo e consentendogli di badare a se stesso. Il primo è l’aiuto mercenario, che in situazioni d’emergenza può anche salvare la vita, ma rischia d’indebolire e asservire. Il secondo consiste nel fare leva sulle proprie risorse, che è un impegno faticoso, ma rende liberi.”

Il farmaco moderno. Un patto esemplare fra uomo e natura. Carocci Ed., 2014

Acquista il libro sulla filosofia di SBM presentata dal Prof. Bruno Silvestrini

Libro
Ebook
malati di droga

Malati di Droga: Per capire una tragedia del nostro tempo

“Un libro che aiuta a capire la complessità del fenomeno droghe con un approccio che abbina il dato farmacologico e medico a quello psicologico e sociale.
Dal punto di vista medico il tossicodipendente è un malato che deve essere curato, ma l’attrazione verso le droghe trova un riscontro nella vita di tutti: nel bisogno di vincere la sofferenza della mente e del corpo o di emergere sugli altri e di guadagnarsi la loro considerazione, oppure nella voglia di evadere dal grigiore della vita quotidiana.
Da qui la necessità di comprendere, conoscere, distinguere tra le sostanze e i loro effetti, chiarire il vero senso di termini spesso usati a sproposito.
Un libro che fonda su solide basi scientifiche la volontà di fare qualcosa, in primo luogo capire, perché capire i bisogni degli altri è capire se stessi.”

Malati di droga. Edizioni RED, 2009

Scopri tutti i libri

Più di 500 pubblicazioni scientifiche

(1953)

1. Abbati A, Silvestrini B. Rilievi clinico-statistici su di un gruppo di adenopatici ilari ricoverati nella colonia preventoriale di Casaglia (Bologna). Atti del XXXII Cong. Naz. Ass. Med. Ital. Idroclimatologia, Talassologia e Terapia Fisica 1953; Vol. II:147-148, Ed.: Cappelli, Bologna, 1953

(1956)

2. Abbati A, Trombetta C, Silvestrini B. Lo studio auxologico degli adenopatici ilari TBC in corso di terapia climatica. Clin. Termale 1956; 9:3-33

3. Longo VG, Silvestrini B. EEG patterns, anesthetic state and peripherally evoked reticular potentials. XX Cong. Int. Physiol., Bruxelles 1956; 30/7 – 4/8

4. Silvestrini B, Longo VG. Selective activity of morphine on the EEG arousal reaction to painful stimuli. Experientia 1956; 12:436-438

5. Silvestrini B, Longo VG. Risveglio elettro-encefalografico ed analgesia – Azione elettiva della morfina sulla “reazione di risveglio” da stimoli dolorifici, Arch. Ital. Sci. Farmacol. 1956; 6:1-2

Scopri tutte le pubblicazioni