Un giorno di diversi anni fa, un collega medico mi disse: “Ammettiamo pure che l’omeopatia funzioni per la forza della suggestione, ma se milioni di persone ne sono soddisfatte, non credi che meriti un approfondimento? Tu la disprezzi e le volti le spalle, ma a me non basta”. Dette da lui, queste parole mi colpirono e mi fecero riflettere.

Le medicine eretiche

Le medicine non convenzionali sono da sempre un tema molto dibattuto.
In un libro del 1950 il chirurgo e biologo Alexis Carrel definiva le medicine non convenzionali eretiche. Un aggettivo che la dice lunga sulla percezione che ne ha la medicina ufficiale. Lo stesso termine lo ritroviamo in opere più recenti e non manca certo chi le considera un’accozzaglia di pratiche empiriche, prive di una solida connotazione scientifica.
In Nord America le medicine alternative sono indicate con la sigla CAM: Complementary and Alternative Medicine.
Da una ricerca di alcuni anni fa è emerso che esistono molte medicine non convenzionali, addirittura più di cento (Cassileth, 1998).

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Forze e debolezze delle medicine non convenzionali

Il banco di prova delle medicine non convenzionali riguarda la loro documentazione, ovvero la dimostrazione della loro reale efficacia, a seguito di test scientifici di validità, al di là degli interessanti presupposti teorici. Qui è in gioco la loro credibilità.
I rimedi che superano queste prove non incontrano poi ostacoli al loro impiego e alla loro divulgazione all’interno del panorama medico e sociale.

omeopatia-forze-debolezze

Le medicine non convenzionali presentano molti punti di forza, che si contrappongono a quelli di debolezza della medicina ufficiale:
– non mirano all’omologazione del malato in un’astratta e unica categoria universale;
– non ricorrono a rimedi fabbricati in serie e “adatti a tutti”.
Piuttosto:
– prestano attenzione ai bisogni distintivi (diversi e unici) di ogni malato;
– ricorrono a cure personalizzate: ogni persona/paziente ha la sua cura.
Le medicine non convenzionali hanno un altro elemento positivo, che è una forte fonte di attrazione per le persone: la fiducia nella forza riparatrice della natura.
Il rischio di cui parlano molti oppositori è che, usando medicine non convenzionali, si torni a cure molto costose, che pochi potrebbero permettersi. Questo rischio può essere ridotto ricorrendo a rimedi standardizzati, ma capaci di far leva sulle risorse interne che l’organismo di ciascuno di noi possiede.
Uno dei maggiori punti deboli delle medicine non convenzionali è invece il loro campo d’intervento, che non è quello delle malattie gravi, rispetto alle quali la medicina ufficiale ha dato il meglio di sé, ma piuttosto quello delle patologie minori, che potrebbero anche guarire da sole.
Questo tipo di patologie resta però il più diffuso e comporta il rischio, se non seguito con attenzione e curato, di aggravarsi.
Un altro limite delle medicine non convenzionali è l’apparente debolezza dei loro presupposti teorici o scientifici. Ne è un esempio l’omeopatia.

L’omeopatia: inspiegabilmente efficace

L’omeopatia si fonda sul presupposto che, a certi livelli di diluizione ottenuti con la tecnica preparatoria della dinamizzazione (scuotimento di un prodotto diluito allo scopo di generalizzarne l’efficacia), alcuni principi attivi acquistino proprietà diverse da quelle originali. A partire dalla tredicesima diluizione centesimale, tuttavia, non c’è più traccia di alcun principio attivo, come se sparisse ogni effetto del preparato. Lo aveva già scoperto negli anni Venti il farmacologo Luigi Sabbatani. Non è chiaro, di conseguenza, come questi rimedi possano funzionare. Molte critiche fanno leva proprio su questo elemento di debolezza, ma è sbagliato considerarlo decisivo.

omeopatia-efficace

La vera scienza ammette la possibilità di fenomeni che non sono facilmente spiegabili con le conoscenze al momento disponibili, e non esita ad avvalersene. Basti pensare all’acido acetilsalicilico, principio attivo dell’aspirina, che la medicina ufficiale ha abbondantemente impiegato diverso tempo prima di chiarire come funzionasse. Anche diversi psicofarmaci che vengono usati oggi si trovano in una situazione analoga.
Tuttavia c’è un punto sul quale non si può transigere: la reale esistenza dei fenomeni in gioco. È il principio della cosiddetta evidence-based medicine, medicina basata sulle evidenze, che è disposta a sorvolare su come le cure agiscano, ma non sulla dimostrazione della loro reale efficacia.

La nascita dell’omeopatia

Samuel-HahnemannL’omeopatia nasce in Germania verso la fine del XVIII secolo, per opera del medico tedesco Samuel Hahnemann. Nella sua formulazione originale si presenta come una dottrina complessa, secondo cui le malattie croniche sarebbero legate a un turbamento dell’energia vitale, detto “miasma”, che ostacola il corretto funzionamento del corpo umano.
L’omeopatia concentra l’attenzione su tre stati principali di squilibrio:
psora, o miasma per difetto. Causa mancanza di energia vitale e ipotrofia;
sicosi, o miasma per eccesso. Causa agitazione e, sul piano fisico, influisce su pelle e tessuti connettivi;
lue, o miasma distruttivo. Causa estremo nervosismo, scatti di violenza e, sul piano fisico, la corrosione degli organi interni.
L’omeopatia si fonda dunque sulla Teoria del miasma, che sostiene che diversi soggetti, esposti a identici eventi patogeni, sviluppano malattie differenti, conformi alle loro singole individualità.
Stabilire un corrispettivo dei miasmi nella medicina contemporanea è impossibile, perché i criteri di diagnosi e classificazione delle patologie sono cambiati. Rimane invece valido, almeno nella sua formulazione più estesa, il concetto che la maggior parte delle malattie, incluse quelle dovute a una precisa causa esterna, siano accompagnate da uno squilibrio dell’organizzazione complessiva dei processi psichici e organici. È quello che il biologo francese François Jacob, nel 1971, chiamò “architettura segreta” del vivente, avvalendosi di una chiave interpretativa non più animistica, ma organicistica, che considera cioè l’organismo vivente come un tutt’uno e non come una somma delle sue parti. Questo tipo di approccio teorico riconduce all’olistica, cioè a un metodo che prende in considerazione un sistema, in questo caso l’organismo biologico, nella sua interezza, ritenendo che non possa essere spiegato solo come una somma delle singole prestazioni delle sue parti.
L’omeopatia contiene dunque un forte richiamo all’olistica, che la medicina ufficiale ha in parte trascurato, spostando l’attenzione verso le cause specifiche di ciascuna malattia.

Il principio di similitudine

Hanhemann sosteneva che le malattie vanno combattute con piccole dosi di medicinali capaci di riprodurne, in misura più elevata, le manifestazioni. Come accade per i vaccini. Sembra che Hanhemann sia partito dall’osservazione casuale che la somministrazione della corteccia di china, il chinino, produce, a dosi maggiori di quelle antipiretiche, uno stato febbrile. Questo è il “principio di similitudine”, secondo cui la malattia è curata da sostanze in grado dì provocare disturbi simili, ovvero: le malattie si guariscono grazie ai loro simili, producendo nella persona sana i sintomi del morbo da sconfiggere.

principio-di-similitudine

I composti individuati dal medico tedesco sono di tre tipi, a seconda che appartengano al regno vegetale, animale o minerale. Hanhemann ne ha descritto accuratamente la preparazione, effettuata partendo da un estratto alcolico concentrato, attenuato mediante progressive diluizioni. Particolare importanza è attribuita all’agitazione, o “concussione”, nel convincimento che questa manovra riduca le proprietà indesiderate ed esalti quelle desiderate.
Il “principio di similitudine”, noto anche come similia similibus curantur, “il simile cura il simile”, vede gli agenti nocivi, in particolari condizioni, diventare utili. Il principio di similitudine è un principio valido. Era già noto a Ippocrate, Galeno e Paracelso. Spiega il mitridatismo, che consiste nell’ottenere l’immunità a un veleno per assuefazione, cioè attraverso l’assunzione di dosi minuscole e progressivamente crescenti del veleno stesso. Questo principio è anche alla base della vaccinazione, che sfrutta in senso preventivo o curativo la risposta del sistema immunitario agli antigeni, che sono sostanze presenti negli agenti infettivi.

Omeopatia e medicina ufficiale: un dialogo possibile?

Ugualmente valido è l’altro cardine della disciplina omeopatica, che presuppone l’ascolto e l’osservazione di tutti i segni e i sintomi che il medico può rilevare nel paziente. Ogni protocollo terapeutico è quindi personalizzato, essendo il frutto dell’intima relazione di conoscenza e di ascolto reciproci.

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Ciò che riesce difficile accettare è l’applicazione pratica di questi principi. In particolare, le diluizioni omeopatiche classiche sono talmente spinte, come dicevamo inizialmente, da comportare la scomparsa del principio attivo. Nessuno ha finora dimostrato che il diluente possa conservare la memoria del principio attivo anche dopo la sua scomparsa. La “concussione” (agitazione del composto) non può, d’altronde, potenziare ciò che non esiste. Abbiamo già detto che la scienza non ha difficoltà ad ammettere la possibilità di fenomeni non spiegati dalle conoscenze al momento disponibili, ma chiede, tuttavia, una dimostrazione rigorosa della loro reale esistenza. I detrattori dell’omeopatia la ritengono carente sotto quest’ultimo profilo: in attesa di un chiarimento su questo punto cruciale, essi attribuiscono gli effetti dei rimedi omeopatici alla forza della suggestione, che peraltro è un fenomeno reale, capace d’incidere concretamente sul corso di molte malattie.
Pertanto, l’efficacia delle preparazioni omeopatiche andrebbe documentata, anche qualora se ne dimostrassero validi i presupposti teorici, per ciascuna delle loro indicazioni.
Tuttavia rimane insoluto il problema di fondo, che riguarda i criteri da usare per diagnosticare la malattia e stabilire l’efficacia delle cure. Fin quando non si farà chiarezza su questo punto, il dialogo sarà impossibile, come dimostra il trattamento riservato anche alla psicoterapia.
La medicina ufficiale l’ha legittimata, ma trattandola come una provincia separata, cui imputa la mancanza di quella oggettività e ripetibilità dei risultati che contraddistingue le vere scienze.

Un’assistenza medica personalizzata come possibile soluzione

Un medico alle prime armi e agli inizi della carriera può non capire che la medicina della diversità è importante e impegnativa quanto quella dell’omologazione. Accadde anche a me.
L’università non mi aveva insegnato che la ‘seconda parte’ della mia professione, quella richiesta per trattare in maniera appropriata la maggior parte dei malati, era altrettanto impegnativa e nobile.

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C’erano volute le parole del collega medico citate all’inizio per farmi capire che, seppure da dilettante, anch’io sono stato un omeopata. Lo sono stato quando, senza accontentarmi della preparazione che mi aveva fornito l’università, avevo curato i miei malati in maniera più appropriata di come avrei fatto prescrivendo i medicinali quando non ce n’era bisogno. Anche ammettendo che i rimedi omeopatici siano intrinsecamente inattivi, essi fanno parte della cura perché sono l’espressione tangibile di un’assistenza medica personalizzata, che in molti casi è non solo più sicura, ma anche più completa ed efficace di quella offerta dalle cure standardizzate, uguali per tutti. Questa è l’interpretazione personale che io offro dell’omeopatia.
L’errore delle medicine non convenzionali è probabilmente quello di voler essere giudicate non per le cose certe, ma per quelle incerte. In altre parole, si ostinano a chiedere d’essere considerate filosofia, anziché scienza. È lo stesso errore che commette la medicina ufficiale, o almeno una parte di essa, quando le giudica in base alla debolezza delle loro basi dottrinali, trascurandone i risvolti pratici.

Bruno Silvestrini, Presidente di SBM

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