La sperimentazione consiste nel “sottoporre a un esperimento, applicare, usare, mettere alla prova qualche cosa per verificarne le proprietà e stabilirne la bontà, l’efficacia, le possibilità pratiche”. Più sinteticamente è “ciò che si fa per provare la bontà di qualcosa”. Nell’ambito medico, la sperimentazione corrisponde al collaudo preclinico e clinico che il farmaco deve superare per poter essere utilizzato in medicina. Il problema morale di pone quando questo collaudo e effettuato su esseri viventi inermi, che oltre a non trarne alcun beneficio diretto, sono esposti a sofferenze di vario genere, spesso culminanti nella loro morte. In questi casi si parla di vivisezione. Ne vogliamo qui esporre i pro e i contro, approfondendo la convinzione secondo cui la vivisezione potrebbe essere ridimensionata da una diversa strategia di ricerca.

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La sperimentazione animale

La sperimentazione sull’animale è antica, ma si è diffusa diventando uno dei cardini del progresso medico e scientifico solo nell’epoca moderna. Sono molte le scoperte che devono alla sperimentazione animale un grande contributo: William Harvey (1578-1657) se ne è servito per studiare la circolazione sanguigna, demolendo l’errata spiegazione che Galeno aveva dato in precedenza; Claude Bernard (1813-1878) la utilizzò per studiare le funzioni di fegato, pancreas e dei nervi vasomotori; Paul Ehrlich scoprì il Salvarsan, il primo chemioterapico sicuramente efficace.
Questa procedura si è estesa a tal punto che sarebbe impossibile elencarne gli impeghi e i risultati. In pratica non esiste quasi medicinale moderno che non l’abbia comportata e in alcune circostanze è prevista per legge.
Eppure, nonostante la diffusione e l’importanza della sperimentazione animale, le sue implicazioni etiche sono state a lungo poco dibattute.

I diritti dell’animale

I diritti dell’animale sono stati rivendicati con forza solo a partire dalla seconda metà del secolo scorso, soprattutto per merito di movimenti a carattere popolare. Sotto la spinta della lega fondata da Frances Power Cobbe, nel 1876 il governo presieduto da Disraeli ha emanato in Gran Bretagna il Cruelty to Animals Act (1876). In seguito diversi paesi hanno adottato norme analoghe, che puniscono gli atti di crudeltà sull’animale. Un esempio di provvedimento particolareggiato è l’Animal Wellfare Act (1970), che negli Stati Uniti d’America ha stabilito con precisione le norme da rispettare per la stabulazione, il trasporto e il maneggio di tutti gli animali in cattività, inclusi quelli destinati alla sperimentazione. Un altro esempio è il provvedimento, in vigore in tutta Europa dall’11 marzo 2013, che vieta la commercializzazione di prodotti cosmetici testati su animali.
In Italia il ricercatore che intenda condurre un esperimento sull’animale è soggetto a una lunga serie di obblighi e controlli esterni, che riguardano le condizioni di stabulazione, le premesse scientifiche che giustificano la prova, l’importanza dei risultati previsti, l’assenza di procedure alternative, le misure adottate per evitare disagi e sofferenze e altri aspetti ancora.

Vivisezione: i perché del sì

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I sostenitori della vivisezione hanno buon gioco nel rilevare che la sperimentazione animale è stata determinante per gli sviluppi moderni della medicina. Ha consentito di raccogliere informazioni preziose sul funzionamento dei principali organi e di trasformarle in applicazioni pratiche. Ha permesso di riprodurre in laboratorio molte malattie, come le infezioni, le avitaminosi, l’epilessia, l’ipertensione, l’arteriosclerosi e l’artrite reumatoide, il cui studio sul campo sarebbe stato incomparabilmente più lungo e impegnativo. Ha reso possibile il setacciamento sistematico di milioni di farmaci di sintesi, diversi dei quali hanno trovato utili applicazioni pratiche, in medicina e altrove.
Ha consentito di verificare l’efficacia e la sicurezza dei medicinali e di altri ritrovati in maniera più sistematica e approfondita di come avveniva in precedenza.

Vivisezione: i perché del no

Gli oppositori della sperimentazione sull’animale sottolineano quanto sia difficile trasferire all’uomo i risultati ottenuti su esseri viventi diversi sul piano anatomico, fisiologico e, conseguentemente, farmacologico. Lo dimostra il fatto che gli effetti negativi dei medicinali spesso emergono non durante la sperimentazione animale, ma in seguito, nel corso dell’impiego medico. Nonostante tutti gli accorgimenti adottati, un margine d’incertezza permane sempre.
Ancora, i modelli sperimentali di malattie le cui cause non siano ben conosciute spesso forniscono risultati fuorvianti, favorendo lo sviluppo di farmaci sintomatici, non risolutivi. Tali sono, ad esempio, quelli attualmente usati contro l’epilessia, l’ipertensione, la schizofrenia, la depressione e molte altre malattie.
Si aggiunga che le prove in vitro su cellule, tessuti ed estratti biologici isolati offrono numerose alternative alla sperimentazione sull’animale. Per fare qualche esempio, lo studio dei possibili effetti cancerogeni dei farmaci e delle loro trasformazioni metaboliche, che un tempo comportava necessariamente il ricorso all’animale, oggi può essere in parte effettuato su cellule, tessuti e sistemi enzimatici isolati. Inoltre, la biologia molecolare ha aperto, assieme ai nuovi strumenti di indagine che ne hanno accompagnato gli sviluppi, nuove prospettive allo studio dettagliato e non necessariamente invasivo dei processi fisiologici e patologici. Anche i modelli e i sistemi computerizzati spesso aiutano, arrivando sia a simulare con un discreto grado di approssimazione il funzionamento dell’organismo, sia identificando i siti molecolari del farmaco potenzialmente lesivi.

L’inutilità della vivisezione per i farmaci naturali
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La vivisezione merita di essere affrontata non solo dibattendone i pro e i contro, ma anche cercandone le cause profonde. Esistono casi in cui la sperimentazione animale si rivela del tutto inutile: James Lind, che ha documentato l’efficacia del succo d’agrumi nello scorbuto con uno studio nell’uomo, e l’ammiraglio Takaki con la pula di riso nel beriberi, non hanno avuto bisogno di sperimentazione sul vivente.
In teoria non ne avrebbe bisogno nemmeno lo scienziato moderno che scoprisse l’attività terapeutica di un alimento, perché lo potrebbe direttamente notificare come integratore alimentare.
Ad esempio, l’acqua zuccherata e salata non è registrata come medicinale, ma come non ricordare lo studio dell’oms, secondo il quale essa è utile nelle dissenterie infantili?
Non ha avuto bisogno di sperimentazione sull’animale nemmeno l’oscuro agricoltore inglese che nel 1774 si assunse la responsabilità di proteggere i suoi famigliari da un’epidemia incombente vaccinandoli con le scaglie pustolose raccolte dai mungitori della sua fattoria.
Differente è la situazione per altri tipi di medicinali: per esempio, Louis Pasteur ha sperimentato il vaccino antirabbico su cani appositamente inoculati con il virus antirabbico. Avrebbe potuto evitarlo diffondendo la notizia del vaccino e invitando i proprietari di cani rabbiosi a rivolgersi a lui. Dubito, però, che avrebbe potuto definire altrettanto bene le modalità di somministrazione del vaccino, che sono d’importanza critica per ottimizzare la risposta immunitaria. Accertò infatti che occorreva somministrare il vaccino a dosi ravvicinate, ognuna più forte della precedente.
Se ne può concludere che nel mondo moderno la vivisezione, intesa nel senso di sperimentazione su viventi inermi che non ne traggono un beneficio diretto, potrebbe essere evitata nel caso di farmaci naturali dotati di una storia capace di fornire una solida base scientifica al loro impiego terapeutico, mentre l’esigenza della fase sperimentale si pone soprattutto con i farmaci di sintesi.
Per quanto riguarda i farmaci di origine naturale è possibile, soprattutto in assenza di valide alternative, passare direttamente alla sperimentazione terapeutica, che consiste in un vero e proprio intervento medico effettuato nel pieno rispetto del Giuramento di Ippocrate: «Prescriverò agli infermi la cura più appropriata, per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni».

Bruno Silvestrini